Care selve beateAtto secondo, scena quinta (uddrag).Amarilli.Care selve beate,e voi solinghi, e taciturni orrori,di riposo, e di pace alberghi veri.Oh quanto volentieria rivedervi i’ torno: e se le stellem’avesser dato in sortedi viver a me stessa, e di far vitaconforme alle mie voglie;i’ già co’ campi Elisifortunato giardin de’ semidèi,la vostr’ombra gentil non cangerei.Che, se ben dritto miroquesti beni mortalialtro non son che mali.Meno ha, chi più n’abbonda,e posseduto è più, che non possede,ricchezze no, ma laccidell’altrui libertate.Che val ne’ più verdi annititolo di bellezza,o fama d’onestate,e ’n mortal sangue nobiltà celeste;tante grazie del cielo, e della terra,qui larghi, e lieti campi,e la felici piagge,fecondi paschi, e più fecondo armento,se ’n tanti beni il cor non è contento?Felice pastorella,cui cinge appena il fiancopovera sì, ma schietta,e candida gonnella:ricca sol di sé stessa,e delle grazie di natura adorna,che ’n dolce povertatené povertà conosce, né i disagidelle ricchezze sente;ma tutto quel possede,per cui desio d’aver non la tormenta.Nuda sì, ma contenta.Co’ doni di naturai doni di natura anco nudrìca,col latte il latte avviva,e col dolce dell’apicondisce il mel delle natie dolcezze.Quel fonte, ond’ella beve,quel solo anco la bagna, e la consiglia:paga lei, pago ’l mondo.Per lei di nembi il ciel s’oscura indarno,e di grandine s’arma,che la sua povertà nulla paventa.Nuda sì, ma contenta.Sola una dolce, e d’ogn’affanno sgombracura le sta nel core.Pasce le verdi erbettela greggia a lei commessa, ed ella pascede’ suo’ begli occhi il pastorello amante,non qual le destinaroo gli uomini, o le stelle,ma qual le diede Amore.E tra l’ombrose pianted’un favorito lor mirteto adornovagheggiata il vagheggia; né per luisente foco d’amor, che non gli scopra,né ella scopre ardor, ch’egli non senta;nuda sì, ma contenta.Oh vera vita, che non sa che siamorire innanzi morte;potess’io pur cangiar teco mia sorte.