Scesa dal terzo Cielo,
Io che sono di lui Regina e Dea,
Cerco il mio figlio fuggitivo Amore.
Quest’ier, mentre sedea
Nel mio grembo scherzando,
O fosse elezione, o fosse errore,
Con un suo strale aurato
Mi punse il manco lato,
E poi fuggì da me ratto volando,
Per non esser punito;
Nè so dove sia gito.
Io, che madre pur sono,
E son tenera e molle,
Usat’ho per trovarlo, ed uso ogn’arte:
Cerc’ho tutto il mio Ciel di parte in parte,
E la sfera di Marte, e l’altre Rote,
E correnti ed immote;
Nè là suso ne’ Cieli
È luogo alcuno, ov’ei s’asconda o celi:
Tal ch’or tra voi discendo,
Mansueti mortali,
Dove so che sovente ei fa soggiorno,
Per aver da voi nova,
Se ’l Fuggitivo mio qua giù si trova.
Nè già trovar lo spero
Tra voi, donne leggiadre,
Perchè, se ben d’intorno
Al volto ed alle chiome
Spesso vi scherza, e vola;
E se ben spesso fiede
Le porte di pietate,
Ed albergo vi chiede,
Non è alcuna di voi, che nel suo petto
Dar gli voglia ricetto,
Ove sol feritate e sdegno siede.
Ma ben averlo spero
Negli uomini cortesi,
De’ quai nessun si sdegna
Raccorlo in sua magione;
Ed a voi mi rivolgo, amica schiera:
Ditemi, ov’è il mio figlio?
Chi di voi me l’insegna,
Vo’ che, per guiderdone,
Da queste labbra prenda
Un bacio quanto posso
Condirlo più soave.
Ma chi me ’l riconduce
Dal volontario esiglio,
Altro premio n’attenda,
Di cui non può maggiore
Darlo la mia potenza,
Se ben in don gli desse
Tutto il regno d’Amore;
E per Istige i’ giuro,
Che ferme serverò l’alte promesse:
Ditemi, ov’è mio figlio?
Ma non risponde alcun! ciascun si tace!
Non l’avete veduto?
Fors’egli qui tra voi
Dimora sconosciuto,
E dagli omeri suoi
Spiccato aver de’ l’ali,
E deposto gli strali,
E la faretra ancor deposto e l’arco,
Onde sempre va carco,
E gli altri arnesi alteri e trionfali
Ma vi darò tai segni,
Che conoscere ad essi
Facilmente il potrete,
Ancor che di celarsi a voi s’ingegni.
Egli, benchè sia vecchio
E d’astuzia e d’etade,
Picciolo è sì, che ancor fanciullo sembra
Al volto ed alle membra:
E ’n guisa di fanciullo
Sempre instabil si move,
Nè par che luogo trove, in cui s’appaghi;
Ed ha gioja e trastullo
Di puerili scherzi;
Ma il suo scherzar e pieno
Di periglio e di danno:
Facilmente s’adira,
Facilmente si placa, e nel suo viso
Vedi quasi in un punto
E le lagrime e ’l riso.
Crespe ha le chiome, e d’oro,
E ’n quella guisa appunto,
Che Fortuna si pinge,
Ha lunghi e folti in su la fronte i crini;
Ma nuda ha poi la testa
Agli opposti confini.
Il color del suo volto
Più che fuoco è vivace:
Nella fronte dimostra
Una lascivia audace:
Gli occhi infiammati, e pieni
D’un ingannevol riso,
Volge sovente in biechi, e pur sott’occhio
Quasi di furto mira,
Nè mai con dritto guardo i lumi gira.
Con lingua, che dal latte
Par che si discompagni,
Dolcemente favella, ed i suoi detti
Forma tronchi e imperfetti:
Di lusinghe e di vezzi
È pieno il suo parlare;
E son le voci sue sottili e chiare.
Ha sempre in bocca il ghigno;
E gl’inganni e la frode
Sotto quel ghigno asconde,
Come tra fiori e fronde angue maligno.
Questi da prima altrui
Tutto cortese e umile
Ai sembianti ed al volto,
Qual pover peregrino, albergo chiede
Per grazia e per mercede;
Ma poi che dentro è accolto,
A poco a poco insuperbisce, e fassi
Oltra modo insolente.
Egli sol vuol le chiavi
Tener dell’altrui core;
Egli scacciarne fuore
Gli antichi albergatori, e ’n quella vece
Ricever nuova gente;
Ei far la ragion serva,
E dar legge alla mente.
Così divien tiranno
D’ospite mansueto;
E persegue, ed ancide
Chi gli s’oppone, e chi gli fa divieto.
Or ch’io v’ho dato i segni
E degli atti, e del viso,
E de’ costumi suoi,
S’egli è pur qui fra voi,
Datemi, prego, del mio figlio avviso.
Ma voi non rispondete!
Forse tenerlo ascoso a me volete?
Volete, ah folli! ah sciocchi!
Tenere ascoso Amore?
Ma tosto uscirà fuore
Dalla lingua e dagli occhi
Per mille indizj aperti:
Tal io vi rendo certi,
Ch’avverrà quello a voi, ch’avvenir suole
A colui che nel seno
Crede nasconder l’angue,
Che co’ gridi, e col sangue alfin lo scuopre.
Ma poichè qui nol trovo,
Prima ch’al Ciel ritorni,
Andrò cercando in terra altri soggiorni.
